Lo sapevate che in Valmarecchia: Le sette sorelle.

Fra le tante curiosità che si possono trovare in Valle, c’è anche quella che si possono incontrare volendo sette sorelle, un pò avanti negli anni, ma ancora molto piacevoli, e dalla storia interessante. Come in ogni famiglia, c’è la sorella timida, quella più intraprendente, quella romantica e quella simpatica a prima vista, quella che stà piacevolmente in compagnia e quella schiva, che le piace stare da sola. Si dice che le sorelle di cose ne abbiano viste davvero tante, e tante ne abbiano da raccontare, alcune sono un vero libro aperto, altre hanno bisogno di un piccolo incoraggiamento, ma poi sono un fiume di ricordi e di aneddoti.

Tutte di bell’aspetto, è difficile dire chi sia la maggiore, ma per fortuna ci vengono incontro le carte anagrafiche ed ecco che….. la maggiore sembra essere proprio lei. Ora si trova in quel di Santarcangelo di Romagna, nella zona a metà strada fra il centro del Borgo e il Fiume Marecchia, si dice che le sue origini siano Bizzantine (Secolo VI-periodo dell’Iperatore Giustiniano), viste le molte somiglianze con le altre presenti nel ravennate. All’apparenza umile e spoglia, in realtà è piena di mosaici e di marmi, si perché questa “sorella”, così come le altre “sorelle”, non è altro che una sette sette pievi che impreziosiscono la Valmarecchia, lungo tutto il percorso del Fiume che le dà il nome.

Questa è la Pieve di S. Michele Arcangelo, (Secolo VI-VII), di chiare origini bizzantine, derivate anche dal fatto che in quel periodo i bizzantini ravennati avessero molti possedimenti fra Romagna e Marche, ma lo possiamo denotare anche dall’abside leggermente poligonale, dai sottili mattoni rossi delle pareti, è composta di una navata unica, molto luminosa. Il campanile fù inserito successivamente (Secolo XII-XIII), al suo interno vi era un affresco staccato raffigurante San Sebastiano (XV sec), uno splendido Crocifisso del Trecento (ora in Collegiata) e, dato molto interessante, il cippo poggia tuttora la mensa dell’unico altare: qui è presente una scultura alto-medievale con tralci di foglie e un uccello rapace che artiglia e solleva un piccolo quadrupede, raffigurati con tratti sommari e un intaglio duro, di gusto barbarico.

Rimanendo in zona, e precisamente in quel di Verucchio, incontriamo la Pieve di San Marino in Rafaneto, risalente all’anno 990, visse un periodo di rilievo tra il Medioevo e il Rinascimento anche se cadde in disuso nel XVII secolo, sino a diventare magazzino agricolo (per questo motivo la facciata è stata ricostruita secondo lo stile tipico della casa coloniale). Nel complesso è un luogo molto suggestivo, gli interni spogli e essenziali, com’è tipico delle pievi romaniche. La chiesa è a navata unica, con abside semicircolare. La costruzione è in pietra locale. Durante le operazioni di restauro sono emerse decorazioni scultoree di epoca romanica, come decorazioni con figure zoomorfe e elementi fitomorfi, classici del periodo.

Risalendo la strada verso le sorgenti del Fiume Marecchia, gli incontri si fanno più fitti e volendo anche molto interessanti. Salendo a San leo, all’ombra del Forte Leontino, troviamo la Pieve di Santa Maria Assunta, un vero gioiello. La chiesa primaria era sicuramente di origine carolingia, probabilmente compromessa nella struttura da un evento traumatico quale un terremoto, venne quasi completamente ricostruita nel nuovo stile romanico certamente pochi anni dopo il fatidico anno mille. raffigurata metaforicamente come una nave incagliata su uno scoglio, una nave di pietra ancorata per sempre alla roccia che la sorregge e di cui si compone. L’edificio è infatti posto “a cavaliere” di una protuberanza rocciosa del masso leontino cosicché, rispettivamente a levante e a ponente, c’è spazio per due ambienti sottostanti le navate: la cripta o confessionale ed il cosiddetto Sacello di San Leone che reca le tracce di una sorta di abside scavata direttamente nella roccia, al quale si accede da una porta esterna in prossimità della facciata. In esso si conserva, reimpiegato nello strombo di una monofora, il fronte di un sarcofago, con la raffigurazione mistica di due pavoni che si abbeverano al cantaro che, insieme al rilievo murato nella parete sud della chiesa, costituisce la più antica testimonianza scultorea dell’edificio, forse antecedente l’VIII secolo. La chiesa è innalzata su una pianta basilicale; la muratura esterna, in conci d’arenaria, calcare e pietre d’altra natura, è scandita da lesene originate da uno zoccolo più ampio conformato a mo’ di base. Il curvo profilo delle tre absidi è sottolineato da archetti pensili, formati da conci alternati a laterizi, ritmicamente disposti a tre a tre fra una lesena e la successiva. L’abside maggiore è ampia più del doppio delle due minori, cosicché queste ultime sono inglobate in essa per un terzo circa del loro perimetro, dando vita ad un carattere peculiare del romanico leontino che si ritrova anche nella vicina Cattedrale o Duomo. A tutt’oggi la Pieve costituisce comunque uno dei monumenti medievali più affascinanti dell’Italia centrale.

A pochi chilometri da San Leo, nella frazione di Secchiano Marecchia di Novafeltria, troviamo un’altra sorella, ovvero la Pieve di Santa Maria in Vico. Le origini della Pieve di Secchiano Marecchia risalgono a prima dell’anno Mille e si ricollegano al sito romano su cui è sorto l’edificio cristiano e di cui è testimonianza la stele marmorea che funge da base al fonte battesimale. Il più antico documento relativo alla Pieve è un atto del 3 marzo 950. Il suo nome appare quindi come Plebem Sancte Marie in Vico nel 1125, nella Bolla d’investitura di Papa Onorio II. È probabile che la zona superiore all’abside sia stata ricostruita in epoca rinascimentale, reimpiegando materiali della struttura più antica e che gli affreschi, di cui sono riemersi recentemente dei frammenti, siano stati dipinti dopo il periodo di pestilenze che colpirono la zona all’inizio del ‘500. Il suo aspetto odierno è frutto di una ristrutturazione del 1888 che ne ha modificato la facciata, aggiungendo anche un’imponente campanile neoclassico. Dell’antica Pieve sopravvivono il soffitto a graticcio e le travature in legno a capriate. La chiesa è dedicata alla Vergine Annunziata che si trova raffigurata in una grande tela manierista del primo Seicento.

Arrivando a Novafeltria, il Capoluogo economico della Valmarecchia, incontriamo la Pieve di San Pietro in Culto. L’attuale chiesa parrocchiale di Novafeltria è costruita sul perimetro di un’antichissima “pieve”, la cui origine si può datare al Secolo IX. Per la sua posizione sull’antica via romana che collegava Rimini con la Toscana, fu da sempre punto di riferimento per i viandanti che transitavano e soprattutto commerciavano lungo la valle dal Marecchia e per tutto il contado che andava costituendosi ai piedi dei due importanti castelli di Talamello e Majolo. Subì diversi rifacimenti: nei decenni seguenti l’anno Mille fu ricostruita come molte altre pievi secondo la nuova tecnica romana; nel 1929, il corpo ecclesiale fu abbattuto quasi del tutto per ricostruire la nuova Chiesa che, pur richiamando i canoni romanici, venne “girata” di 90°. Restano ancora visibili una parte dell’antica abside e due file di archetti pensili, una nel campanile e una nel sottotetto.

Saliamo ancora di qualche decina di chilometri, e in località Pontemessa di Pennabilli, incontriamo quella che per molti in valle è la Pieve per eccellezza, ovvero la Pieve di San Pietro in Messa. L’attuale struttura del tempio risale al XII secolo, ma alcuni documenti testimonierebbero l’esistenza della Pieve già nel 912. Quel che è certo è che il luogo scelto per la costruzione dell’edificio corrispondeva ad un preesistente sito romano, come rivela l’antica ara romana che ancora fa da base all’altare. Le forme attuali della Pieve dichiarano infatti l’appartenenza al più tipico stile romanico padano: la facciata a capanna, con due salienti laterali, rispecchia la pianta basilicale interna a tre navate, una centrale più alta, due laterali di dimensioni ridotte. Sul portale di ingresso, di particolare finezza cromatica, si notano i resti di un protiro, sopra il quale si apre una piccola bifora divisa da una colonnina in pietra. L’archivolto del protiro poggia su due lastre rettangolari, sotto le quali sporgono due mensole di pietra, scolpite con figure simboliche. Nella mensola di destra compare l’immagine di un Cane alato che ringhia; nella faccia interna si scorge invece un Dragone con la coda attorcigliata. Sugli spigoli è istoriata, da un lato, un’Aquila con le ali spiegate, dall’altro, una Testa d’ariete con le corna arcuate. Al centro, l’Albero della vita, simbolo cristologico. Nella mensola sinistra, in entrambe le facce laterali ricorre un nastro intrecciato. Il resto della facciata è animata da lesene verticali e cornici orizzontali. Girando intorno all’edificio è possibile ammirare la piccola torre campanaria quadrata, che si erge al termine del fianco sinistro, ed il sobrio catino absidale semicircolare, squarciato da monofore centinate. Lo spazio interno è suddiviso da quattro arcate a tutto sesto, rette, nelle prime tre campate, da pilastri poggianti su plinti quadrati e, nell’ultima, da semipilastri a sezione quadrata. L’ambiente appare spoglio, poiché gli ornamenti originali sono andati in gran parte perduti. Della cripta rimane solo il portale d’ingresso, mentre nell’abside si possono scorgere tracce dell’antica decorazione. Il visibile impoverimento della Pieve fu dovuto al graduale abbandono del sito. Nel XVI secolo il fonte battesimale du trasferito nella Collegiata di San Bartolomeo in Penna e nel corso del ‘700 la chiesa fu ristretta e adibita in gran parte a casa colonica. Solo alla fine dell’ultima guerra l’antica Pieve fu restaurata e restituita alla sua originaria funzione religiosa.

Ora andiamo a visitare, anzi no, andiamo a parlare dell’ultima sorella, la Pieve di San Martino in Veclo di Casteldelci. Situata a pochi chilometri dal borgo, questa Pieve ora fa parte di una proprietà privata. Si pensa che in questo piccolo avvallamento, già nel Secolo V, vi fosse un primo insediamento urbano e di conseguenza anche una piccola chiesa. E documentata l`esistenza del complesso avente la stessa forma planimetrica di quello attuale. La costruzione nella forma che possiamo vedere oggi, risale al secolo XIV e poi ebbe una nuova ristrutturazione del XVIII secolo.

Queste dunque le Sette Sorelle della Valmarecchia, sorelle dalla lunga e interessante storia, cariche di fascino e di avvenimenti, degne di essere visitate e conosciute direttamente. Non lo pensate anche voi ??

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